FRANCESCA PEROZZIELLO
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A FIRENZE IN MODALITÀ LUCY HONEYCHURCH

1/12/2025

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Sabato pomeriggio ho fatto un salto a Firenze.


L'ho fatto così, per buttarmi in mezzo alla folla di una frenetica Firenze pre-natalizia, trovandomi di colpo stordita da decorazioni, insegne luminose ed esclamazioni di stupore pronunciate in centinaia di lingue diverse, il tutto per poter ammirare ancora una volta l'esagerata bellezza di questa città.

Quando cammino per le strade del capoluogo toscano entro immediatamente in modalità Lucy Honeychurch. Proprio come la giovane protagonista del romanzo di Forster, manco fossi nata nella piovosa Inghilterra, mi aggiro fra i vicoli della città con sguardo stupito e sempre un po' incredulo. Davvero non mi sembra possibile che tutta questa meraviglia si concentri in qualche chilometro quadrato.

Sollevo la testa verso l'alto per catturare ancora meglio le immagini di monumenti storici e scorci panoramici, mi perdo a guardare statue che fissano da secoli i turisti boccaloni come me, statue che sembrano soffermarsi indulgenti su chi torna a casa con la borsa piena di souvenir destinati a prendere polvere.

Mentre vago per le vie di Firenze, accompagnata dalla voce di Maria Callas che canta O mio babbino caro, provo quel misto di felicità e nostalgia che mi perseguita ogni volta che metto piede in un luogo ricco di storia e di avvenimenti.

Per un attimo metto da parte il trambusto, l'odore di mozzarella fusa alle undici del mattino che si mescola a quello del gelato artigianale, gli effluvi provenienti da un tombino e i litri di profumo addosso a una commessa di qualche boutique del centro. Tutto questo smette per un momento di esistere e mi trovo sospesa nel tempo e nello spazio, a pensare soltanto alle centinaia di migliaia di persone che hanno calpestato quella stessa mattonella secoli prima, che si sono affacciate a una finestra pensando alla giornata ancora da vivere o che hanno semplicemente percorso gli stessi stretti vicoli come parte della loro quotidianità.

Vivere di parole comporta anche questo. Non riesci più a vedere il mondo in modo piatto e statico, come un insieme di pose e di fondali buoni solo per essere pubblicati su Instagram per fare invidia agli amici. Ogni cosa assume uno spessore e una profondità che ti danno le vertigini. Puoi essere contemporaneamente nel presente e in tanti passati diversi, proiettandoti già verso il futuro. È una sensazione che quasi fa male da tanto è intensa, eppure è necessaria a chi fa della creatività non solo la propria professione, ma anche il proprio modo di essere e di esistere. 

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