FRANCESCA PEROZZIELLO
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AMARGA NAVIDAD: IL CONFINE FRA REALTÀ E FINZIONE

3/7/2026

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"Si torna sempre ai luoghi
dove si è amata la vita
e allora si capisce
che non ci sono più le cose amate"

Uno vuelve siempre a los viejos sitios
donde amo la vida
Y entonces comprende
como estan de ausentes las cosas queridas.


Chavela Vargas, Las simples cosas, 1995
Scrivo questo pezzo il mattino dopo aver visto Amarga Navidad, l'ultimo film di Pedro Almodóvar. 

​Sono dell'idea che le riflessioni sui film - non amo chiamarle recensioni -  debbano essere scritte di getto, all'uscita dal cinema o appena spenta la TV.
So bene che questo non è sempre possibile, ma eccomi qui, che cerco di rimediare alla voragine di ore già trascorse buttando giù queste mie parole e sperando che la notte di mezzo non abbia alterato più di tanto le mie sensazioni.

Della pellicola più autobiografica dell'autore spagnolo, non riduciamolo alla categoria di regista e basta, per carità, mi sono rimaste addosso alcune semplici ma incisive impressioni.
Prima fra tutte, che il confine tra realtà e finzione sia spesso molto più labile di quello che crediamo. Le cose che nascono dalla nostra fantasia e le trame che si dipanano nella letteratura o nel cinema sono capaci di imprimere in noi gli stessi segni delle esperienze reali.
Può farci piangere un racconto scritto duecento anni fa? Riesce a parlare al nostro animo una persona che compone musica dall'altra parte del mondo e che non conosceremo mai? Io dico di sì.

E poi, l'arte si nutre solo di invenzioni, o è sempre la realtà, con i suoi protagonisti e le sue vicende, a fare da irrinunciabile terreno d'ispirazione anche a quello che crediamo di raccontare in modo innovativo?
Nulla si crea e nulla si distrugge. Mi va di scomodare la termodinamica pensando alle storie a cui diamo vita, perché le storie, esattamente come la materia, hanno sempre un'origine e non hanno mai una fine. Ci illudiamo di inventarci di sana pianta emozioni travolgenti e mondi immaginari, ma forse non facciamo altro che abbeverarci a quell'incredibile serbatoio rappresentato dalle relazioni umane e dalle loro sfaccettature.

Raúl, o forse dovrei chiamarlo Pedro, scrive la sceneggiatura del suo film attingendo a piene mani dalla realtà che conosce. Cambia i nomi, modifica alcuni particolari che renderebbero riconoscibili le persone a cui si è ispirato, ma c'è poco da fare. La trama della realtà, messa controluce, è ancora ben visibile. Sarebbe impossibile non notarlo. 

Amarga Navidad, a oggi, non ha riscosso lo stesso successo di pubblico e di critica di altre pellicole firmate da 
Almodóvar. È un'indagine quanto mai intima sul processo creativo, sull'arte di raccontare storie e sulla nascita dell'ispirazione, se così possiamo chiamarla. Ci sono personaggi volutamente abbozzati e sequenze estremamente sbilanciate rispetto al resto della narrazione. Eppure credo che la forza del film risieda proprio qui. Non c'è l'intenzione di dare una risposta, un senso compiuto all'indagine sull'origine delle storie nel senso più ampio del termine.

Assistiamo anzi a un autoritratto piuttosto impietoso di sé stesso, come autore e come essere umano, oltre che a un disperato tentativo di indagare, fin nel profondo, il modo in cui le storie della vita reale scelgono di abitare nella testa dell'artista e chiedono poi di essere restituite, con altri nomi e altre forme, a quella stessa vita da cui prendono lo slancio. 

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