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Maglione ceruleo troppo largo, lunghi capelli scuri un po’ scarmigliati e quell’aria da ragazza studiosa che si sente fuori posto ovunque vada. Sono passati esattamente vent’anni da quando, seduta sulla poltroncina del cinema Colosseo di Milano, ho visto Andy Sachs (Anne Hathaway) fare il suo timido ingresso nella sede del prestigioso Runway, il magazine di moda diretto da Miranda Priestly (Meryl Streep), che con un solo sguardo riusciva a causare la rovina delle sue malcapitate stagiste e sottoposte. A Il diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada, 2006) devo la prima recensione cinematografica che io abbia mai scritto, e ringrazio ancora Agorà, il giornale scolastico con il quale collaboravo negli anni del liceo, per averla pubblicata con tanta fiducia. Se la rileggessi adesso, probabilmente, la cestinerei insieme alla lista delle cose riuscite malissimo. Flashforward al 2026. A dispetto di certe recensioni che ho letto su questo secondo capitolo, mi sento di dire che la pellicola diretta da David Frankel riesce pienamente nel suo onestissimo intento, quello di farti trascorrere un paio d’ore di spensieratezza, che poi sarebbe il compito delle commedie degne di questo nome. Un capolavoro? No, ma nemmeno il primo film aveva questa pretesa, a dircela tutta. Il diavolo veste Prada 2 è un’ottima pellicola di evasione, con interpreti brillanti e abiti da sogno che, almeno per il tempo trascorso in sala, ti consentono di lasciare da parte le magagne della vita quotidiana per immergerti in un mondo lontano e irraggiungibile, dove l’alta moda e le sue sfavillanti promesse cedono non di rado il passo ai compromessi e agli oscuri dietro le quinte che caratterizzano ogni settore capace di fatturare un così imponente giro d’affari a livello globale. Ho optato per la proiezione in inglese, quindi non posso esprimermi sulla questione del controverso adattamento italiano, né sul suo relativo doppiaggio. Grazie alla visione sottotitolata, in compenso, ho potuto apprezzare appieno l’accento posh di Emily Blunt, che reputo semplicemente favoloso, e già questo mi sembra un motivo valido per scegliere di vedere il film in lingua originale. Se la trama non aggiunge niente di innovativo rispetto al suo celebre predecessore, le scene girate a Milano e a Como lasciano spazio, pur nella loro leggerezza, a una condivisibile riflessione sul ruolo dell’arte, del patrimonio storico e del concetto stesso di bellezza nell’anno del Signore 2026. In un mondo dominato da contenuti virali, dall’immediatezza e dall’immancabile IA, c’è ancora posto per le idee che nascono dalla mente di chi, prima di creare, si è fatto forte di immagini e parole cariche di significato? Dev’esserselo chiesto anche Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice del film, tanto da affidare a Miranda un’interessante disamina del tema, sempre nel tono volutamente scanzonato che contraddistingue l'intera narrazione. Per questo post ringrazio il Multisala Isola Verde di Pisa, che proietta i film in versione originale, e Rinascente Milano, per aver ospitato lo splendido pop-up store ispirato proprio a Il diavolo veste Prada e ai suoi personaggi più emblematici. No, non userò l'aggettivo "iconico", nelle sue varie declinazioni, nemmeno sotto tortura.
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