FRANCESCA PEROZZIELLO
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L'ARTE DI PERDERE: LA PIù FACILE DELLE ARTI

26/3/2025

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Il mio adorato Merlino (2001-2020), che ancora mi giudica malissimo, dovunque si trovi.
The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster
.

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Così esordisce Elizabeth Bishop in One Art (L'arte di perdere), 1976.


Fra le tante nozioni e i numerosi concetti appresi negli anni di studio, L'arte di perdere si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore.
A diciott'anni, a furia di rileggere questa poesia, l'avevo imparata a memoria sia in italiano sia in inglese. Poi, per qualche strano motivo, l'ho dimenticata da qualche parte, persa in uno dei tanti cassetti della mente, fra le cose che non servono nella quotidianità, forse per lasciare spazio ad abilità ben più concrete.

Archiviata come un semplice esercizio di lettura e comprensione risalente all'ultimo anno di liceo, anche questa poesia aveva subìto lo stesso destino di versi e versetti vari, chiusi a chiave nei meandri della memoria e destinati a non essere più liberati.

Ed ecco che, qualche settimana fa, mi sono imbattuta per puro caso nella sua traduzione italiana con testo a fronte, e all'improvviso quel cassetto si è riaperto. Mi sono accorta di non averne mai davvero dimenticato le parole, le avevo solo perse. Avevano smesso di parlarmi e aspettavano che tornassi ad ascoltarle, come verità universali che non hanno fretta di essere riscoperte perché ci sono sempre state e sempre ci saranno.
​
Insieme alla felicità dovuta a questa seconda occasione, ho avvertito un profondo senso di tristezza: come avevo potuto relegarla per così tanto tempo in una zona oscura della memoria? 

E allora ho pensato a tutte le parole, le cose e le persone che, in determinati periodi della vita, ci sembrano indispensabili e destinate ad accompagnarci in eterno. Ci aggrappiamo con forza a questa convinzione finché, per ragioni che non necessariamente dipendono da noi, queste cose spariscono dal nostro orizzonte. A volte senza più fare ritorno. 

Merlino, che in questo scatto mi guarda con la sua inconfondibile aria da vecchio burbero, se n'è andato da più di quattro anni. Come si dice in gergo gattaro, ha attraversato il Ponte dell'Arcobaleno. In effetti l'ho perso, ho perso il suo sguardo torvo e le zampine bianche, ho perso il suo miagolio sommesso e gli agguati che mi tendeva senza alcun motivo, solo per il gusto di farmi dispetti. Eppure non l'ho perso davvero, perché questi dettagli, del tutto insignificanti per chi Merlino non lo ha mai conosciuto, per me sono più vivi che mai. Certo, non posso dedicare ogni ora e ogni giorno al suo ricordo, sarebbe troppo doloroso. Ma quando mi sento un po' giù di morale e ripenso al mio gattone, so che proprio i dettagli che lo rendevano unico riescono a farmelo sentire meno lontano, come se non lo avessi perso del tutto. 

Ci sono posti che non vedrò mai più, perché le loro porte si sono chiuse anni fa e non potrò tornarci. Come la casa dei nonni paterni, in cui non entrerò mai più, ma se chiudo gli occhi riesco ancora a sentire il profumo del sugo al basilico di nonna Angela, la sua risata roca e il forte odore delle sue sigarette, le stesse che le chiedevo con insistenza di spegnere quando andavo a trovare lei e il nonno. Sono posti che ho perso, è vero, ma i ricordi e le sensazioni che mi legavano a quei luoghi sono ancora con me.

Ci sono persone che ho dovuto lasciare andare e altre che se ne sono andate, e in entrambi i casi le ho perse. Ho perso opportunità, amicizie, rapporti umani, viaggi, e sicuramente qualche buona occasione professionale. Ho perso, sepolto e dimenticato voci, abitudini e strade che mi portavano al sicuro. Ho perso oggetti stupidi e altri decisamente utili, ho perso numeri di telefono e contatti vari, ho perso innumerevoli legami con le persone giuste e con quelle sbagliate.

Eppure ho imparato a perdere. Perdo a poco a poco, ogni giorno, un frammento della persona che ero, e intanto guadagno un frammento in più della persona che sono adesso o di quella che diventerò.
​
​L'arte di perdere, in fin dei conti, non è difficile da imparare.
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