FRANCESCA PEROZZIELLO
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LOST IN TRANSLATION - l'AMORE TRADOTTO

10/7/2024

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Picture
Bill Murray e Scarlett Johansson in una celebre scena del film
Il non detto, l'incomunicabilità fra singoli individui, le barriere culturali, la differenza di età.


Questi sono solo alcuni degli elementi attorno a cui ruota Lost in Translation (Id., 2003), considerato uno dei film più amati da chi si occupa di traduzione.

La pellicola di Sofia Coppola esprime perfettamente il senso di frustrazione che deriva dal non trovare le parole giuste, oltre che la percezione di una distanza, a volte abissale, fra le persone e i loro mondi.

E forse la traduzione è proprio questo, provare a colmare l'enorme vuoto che sembra dividerci, cercare di rendere nella nostra lingua un sentire che è altro da noi. Tradurre le intenzioni, i sentimenti e le necessità dell'altro è però un'azione che facciamo nella vita di tutti i giorni, anche senza scomodare lingue o culture diverse.
​
Amo la traduzione perché crea ponti e avvicina realtà distanti. Eppure spesso avverto, nel lavoro così come nella quotidianità, l'innegabile presenza dell'intraducibile, quella parte di linguaggio verbale e non che proprio non ne vuole sapere di lasciarsi decifrare. 

Sono comunque convinta che, pur con tutti i limiti imposti dalla comunicazione e dalle nostre inevitabili diversità, la traduzione debba continuare a essere affidata all'essere umano. È vero, tradurre a volte significa  lasciar andare termini, concetti o immagini che non riusciamo a traghettare dall'altra parte, ma anche questo fa parte del gioco.
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