FRANCESCA PEROZZIELLO
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NON POSSO AVERTI, QUINDI TI VOGLIO

12/8/2025

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Le cose che non possiamo avere sono sempre quelle che vogliamo di più.
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I languidi occhioni di Katie Morosky, una giovanissima Barbra Streisand, guardano imploranti l'algido Hubbell Gardiner, un Robert Redford al massimo del suo splendore. 
"Why can't I have you?" - Perché non posso averti?, gli chiede lei.

Brillante, sognatrice, politicamente impegnata, Katie desidera con tutto il cuore l'uomo che non può avere e che, fin dalla sua prima apparizione sullo schermo, sembra destinato a non portarle altro che guai. Come eravamo (The Way We Were, 1973), firmato da Sydney Pollack, è un racconto da leggere su più livelli, reso memorabile dalla struggente colonna sonora, interpretata dalla stessa Barbra Streisand, e dalla presenza scenica dei due protagonisti. 

Non desidero qui soffermarmi sulla pellicola per onorarne la capacità di analizzare la società statunitense degli anni '70, né per scimmiottare le grandi recensioni che questo film può già vantare, prima fra tutte quella di Pino Farinotti. Mi limiterò a parlare dell'aspetto più viscerale di Come eravamo, che poi è lo stesso motivo per cui la storia d'amore fra Katie e Hubbell è entrata nell'immaginario collettivo dei cinefili. 

Se dovessi descrivere il film di pancia, soffermandomi solo sul sentimento che ti lascia una volta terminata la sua visione o ad anni di distanza, quando torni a ripensarci, userei le parole desiderio, impossibile e lontananza. Katie sembra rincorrere di continuo un sogno, un'ombra che ha le sembianze dell'uomo di cui è innamorata, il quale appartiene completamente a un altro pianeta. Troppo bello, troppo ricco, troppo superficiale. Cosa può andare storto? Tutto, direi. 

È un po' la stessa sensazione che ti evoca I'm on Fire di Bruce Springsteen, giusto per rimanere in tema della grande narrativa statunitense. Un minuto e mezzo in cui il boss riversa lo struggimento e la maliconia per un amore che non è ancora nato e che, con ogni probabilità, non nascerà mai. Eppure questo misero minuto e mezzo di tormenti e risvegli a metà nottata con la testa che sembra scoppiare a furia di pensare all'oggetto del desiderio riesce a trascinarti nel mondo di un uomo che soffre e che non sa come colmare la sua mancanza.
Una mancanza soffocante, che sembra non avere mai fine e non lasciare scampo a chi la prova.

Entrambe le storie, in fondo, raccontano la stessa cosa. Ti voglio, non posso averti, ti voglio ancora di più. Ed è incredibile quanto questo sia vero, non solo nei rapporti umani ma anche negli obiettivi che ci poniamo, negli sfavillanti progetti di gloria che vorremo realizzare e che poi, chissà perché, sembrano sempre allontanarsi verso l'orizzonte dell'irraggiungibile. 
Eppure, come spesso accade, le cose e le persone che più vorremmo sono proprio quelle che sfuggono dalla nostra portata, nient'altro che sabbia fine che scivola fra le dita e vola via leggera, destinata a non tornare mai più fra le nostre mani.

Sognare e desiderare sono sentimenti molto umani e comuni a tutti. Ma a volte il sogno non si realizza e lascia spazio all'amarezza, al non detto, alla delusione per tutto quello che poteva essere e che invece non è stato. Siamo esseri senzienti mossi dal desiderio nel suo senso più poetico: verso amori che ci facciano battere il cuore, amici in grado di comprenderci e castelli di ambizioni da innalzare alti verso il cielo. Solo che, a volte, certi castelli risultano complessi da realizzare e finiscono per sgretolarsi. Le porte si chiudono, le luci si spengono, e tu ti chiedi com'è possibile che niente di ciò che poteva essere sia riuscito a compiersi.

Non era destino. Non era il momento giusto. Non era il posto giusto. E via con la danza delle motivazioni, delle scuse, dei possibili perché. Il cervello si sforza di trovare una spiegazione razionale per arginare la delusione e non lasciarle modo di farsi largo. Forse sarebbe meglio non sperare, non lasciarsi trascinare dai magari, dai chissà e dai può darsi. Perché quello che non è destinato a essere, comunque non sarà.

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