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I luoghi dell'anima.
L'anno in cui mi sono diplomata, che cercherò di non menzionare per evitare di conferire un tocco troppo âgé a questo pezzo, ricordo che fra le possibili tracce dei temi ce n'era una intitolata I luoghi dell'anima. Sono sempre stata convinta che in ognuno di noi ci siano uno o più luoghi dell'anima, quei posti a cui sentiamo il bisogno di fare ritorno, fisicamente o anche solo col pensiero, quando abbiamo bisogno di un porto sicuro dove approdare. Tra i miei luoghi dell'anima per eccellenza c'è senza dubbio La Versiliana, splendido parco immerso nella Macchia di Marina di Pietrasanta, in località Fiumetto. Poche zone verdi possono vantare una posizione invidiabile come quella de La Versiliana, che sorge letteralmente a due minuti dal mare. Un attimo prima cammini nel silenzio, fra pini, querce e lecci, e qualche attimo dopo puoi passeggiare lungo la riva, le caviglie immerse in acqua e lo sguardo rivolto alle Alpi Apuane. Spesso, da adolescente, mentre la pioggia batteva sui vetri della mia classe, immaginavo di trovarmi non in città, magari con la testa china sul libro di matematica, ma nella pineta che tanto amavo. E pensando a La pioggia nel pineto di Gabriele D'Annunzio fingevo di percorrere i lunghi viali del parco, nella quiete della natura, dove il ticchettio ritmico della pioggia è l'unico rumore di sottofondo. È facile capire perché D'Annunzio abbia composto questa lirica proprio durante il soggiorno presso Villa La Versiliana, che sorge all'interno della tenuta. Trovarsi in questa fitta boscaglia permette di isolarsi completamente dal trambusto e dai pensieri della vita di tutti i giorni, facendo ritorno a una dimensione intima e quasi fatata in cui le cose superflue sembrano lontane e incapaci di raggiungerci. Anche se è soprattutto nei mesi primaverili ed estivi che il parco fa parlare di sé, grazie a eventi e manifestazioni organizzati dalla Fondazione Versiliana, quali gli incontri al Caffè de La Versiliana o i concerti e gli spettacoli nel suo Teatro, io credo che valga sempre la pena di concedere un po' del proprio tempo a quest'oasi di pace e alla sua atmosfera. In una bella mattina di dicembre, approfittando del ponte dell'Immacolata, io e Claudia, la mia fidata compagna di gite, ci siamo godute una piacevolissima sgambettata nel cuore della pineta. È il momento dell'anno in cui i mercatini di Natale sono gremiti di turisti, e io stessa, lo confesso, ho un debole per quel genere di eventi. Ma lunedì otto dicembre ce lo siamo preso tutto per noi e siamo andate alla ri-scoperta di questo suggestivo angolo di verde in cui l'odore del salmastro si mescola al profumo del pino marittimo, e dove la confusione che anima i centri grandi e piccoli addobbati a festa lascia il posto alla contemplazione. Se vi trovate a trascorrere del tempo in zona, anche fuori stagione, non vi pentirete di aver dedicato un paio d'ore alla Versiliana, che saprà accogliervi e ricaricarvi come solo i posti pieni di fascino sanno fare.
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C’è un abisso incolmabile
Che le parole non toccano Figurarsi se lo riempiono Alimentato dalla distanza fra quella che sono E quella che cerco di essere In mezzo a persone con cui non parlo mai C’è una strada che non percorro Anche se forse sarebbe semplice E invece ho paura a mettere un piede davanti all’altro E aspetto che arrivi un qualche segno dal cielo Una clemente benedizione che mi dica Sei sulla strada giusta E fra pioggia e grandi artifici mi rassicuri “Verranno a cercarti!” Ma quella voce non arriva mai C’è una richiesta che faccio al cuore Ogni volta che sento il dubbio Ogni volta che volo via E non me ne accorgo nemmeno Metto d’accordo il bisogno di sentire tutto Con la paura di sentire troppo E la certezza di non sapere abbastanza Nella speranza che mi fermino E con una pacca sulla spalla mi sussurrino “Hai fatto tutto bene!” Ma nessuno mi rassicura mai C’è una parte di scomoda tranquillità Una posa, più che un modo di essere A cui piace tanto mettersi in mostra Invece di protestare, contestare e dimostrare Che sono loro a sbagliarsi Perché io ho fatto tutto secondo i piani Non ho infranto le regole Non ho detto di sì ai sogni sbagliati Ma nessuno mi chiede scusa mai C’è un telefono che non uso mai per parlare Raramente per mandare messaggi Spesso per annotare pensieri Che restano nella bolla del non detto Bloccati sullo schermo In forma rozza ed embrionale Troppo sinceri per essere lanciati nel mondo Troppo schietti per non scontentare nessuno Fra le note del mio cellulare Ci sono le parole che non uso mai C'è un aspetto del mio lavoro che mi sorprende sempre.
La necessità, e di conseguenza la capacità, di passare molto rapidamente da un ambito all'altro, da un lessico all'altro, per adattarci al progetto cui stiamo lavorando. Il nesso logico fra necessità e capacità non è certo scontato, anzi, è forse questo che differenzia un traduttore professionista da un dilettante. Fatto sta che, come tante scimmiette salterine che hanno assunto troppi zuccheri, ci troviamo a balzare di traduzione in traduzione, impostando di volta in volta il nostro cervello sul registro specifico che ci viene richiesto. Se non è magia questa, davvero non so cosa lo sia. ✨ Sono Francesca, la tua traduttrice nerd di fiducia. E sì, sono anche una scimmia salterina. 😊 Sabato pomeriggio ho fatto un salto a Firenze. L'ho fatto così, per buttarmi in mezzo alla folla di una frenetica Firenze pre-natalizia, trovandomi di colpo stordita da decorazioni, insegne luminose ed esclamazioni di stupore pronunciate in centinaia di lingue diverse, il tutto per poter ammirare ancora una volta l'esagerata bellezza di questa città. Quando cammino per le strade del capoluogo toscano entro immediatamente in modalità Lucy Honeychurch. Proprio come la giovane protagonista del romanzo di Forster, manco fossi nata nella piovosa Inghilterra, mi aggiro fra i vicoli della città con sguardo stupito e sempre un po' incredulo. Davvero non mi sembra possibile che tutta questa meraviglia si concentri in qualche chilometro quadrato. Sollevo la testa verso l'alto per catturare ancora meglio le immagini di monumenti storici e scorci panoramici, mi perdo a guardare statue che fissano da secoli i turisti boccaloni come me, statue che sembrano soffermarsi indulgenti su chi torna a casa con la borsa piena di souvenir destinati a prendere polvere. Mentre vago per le vie di Firenze, accompagnata dalla voce di Maria Callas che canta O mio babbino caro, provo quel misto di felicità e nostalgia che mi perseguita ogni volta che metto piede in un luogo ricco di storia e di avvenimenti. Per un attimo metto da parte il trambusto, l'odore di mozzarella fusa alle undici del mattino che si mescola a quello del gelato artigianale, gli effluvi provenienti da un tombino e i litri di profumo addosso a una commessa di qualche boutique del centro. Tutto questo smette per un momento di esistere e mi trovo sospesa nel tempo e nello spazio, a pensare soltanto alle centinaia di migliaia di persone che hanno calpestato quella stessa mattonella secoli prima, che si sono affacciate a una finestra pensando alla giornata ancora da vivere o che hanno semplicemente percorso gli stessi stretti vicoli come parte della loro quotidianità. Vivere di parole comporta anche questo. Non riesci più a vedere il mondo in modo piatto e statico, come un insieme di pose e di fondali buoni solo per essere pubblicati su Instagram per fare invidia agli amici. Ogni cosa assume uno spessore e una profondità che ti danno le vertigini. Puoi essere contemporaneamente nel presente e in tanti passati diversi, proiettandoti già verso il futuro. È una sensazione che quasi fa male da tanto è intensa, eppure è necessaria a chi fa della creatività non solo la propria professione, ma anche il proprio modo di essere e di esistere. Volevo scrivere in rima
Sillabe, ritmo, metrica Il verso in endecasillabi Undici momenti divisi per dire la verità Per poi unirsi di nuovo Nel tentativo di dire tutta un'altra cosa Invece ho scelto questo verso monco Che parte all'inizio della pagina E non si sa dove va a finire Un verso molto sicuro di sé - in verità Pronto a seguire la sua strada Senza lasciarsi vincolare Volevo essere come Emily Dickinson E dare una conclusione perfetta A ogni pensiero espresso in riga E ancora i miei versi provano a fare chiarezza A districare la matassa A non perdere il filo del discorso Anche se non li incasello per bene Se non do loro un nome Da ritrovare sui manuali Volevo essere un'autrice Da decifrare in base a codici e saggistica Ma non mi troverete mai Sugli appunti svogliati Di un ragazzo seduto al terzo banco Forse mi troverete in strada Scritta sui muri o su un cassonetto della spazzatura Dove il verde allontana la plastica E il sindaco esorta al decoro urbano Volevo essere un'artista maledetta Compromettermi con abitudini sbagliate E dichiarazioni da censurare Invece medito a gambe incrociate E sorseggio tisane per il mio buon umore Ho una gatta bianca che risponde per me al telefono A volte sogno ancora la gloria Salvo poi ricordarmi Che devo stendere i panni INTERVISTA A MARTINA LEVATO: LA VOCE DI TWILIGHT RACCONTA LA SUA ESPERIENZA DI BOOKTOKER E ATTRICE19/11/2025 Dietro le quinte degli audiolibri con Gamesurf! In questa intervista esclusiva ho incontrato Martina Levato, attrice e voce amatissima su TikTok e Instagram, per parlare del suo lavoro e della straordinaria esperienza nel dare voce a Bella Swan nell’audiolibro ufficiale di Twilight, appena uscito su Audible. Quali sono i segreti per interpretare un personaggio introspettivo come Bella Swan, che racconta tutto tramite il suo punto di vista? Quant'è difficile narrare un audiolibro tratto da una delle saghe letterarie e cinematografiche più amate degli ultimi anni? Anche se non avete mai avuto un approccio diretto con la serie di Stephenie Meyer, ci sono interessanti spunti di riflessione sul ruolo degli audiolibri e dei podcast al giorno d'oggi, oltre che sul lavoro di attrici e attori. In occasione del ventesimo anniversario dell'uscita di Twilight, non perdetevi questa frizzante chiacchierata con Martina Levato. Buona visione o buon ascolto! 🎤 Qualche giorno fa ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con la doppiatrice 𝐀𝐫𝐢𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐂𝐫𝐚𝐯𝐢𝐨𝐭𝐭𝐨, che conoscerete sicuramente per aver prestato la voce ai personaggi dei cartoni animati (ma non solo). Questa volta abbiamo invece parlato di un nuovo progetto a cui ha preso parte per Audible. Ai microfoni di 𝐆𝐚𝐦𝐞𝐬𝐮𝐫𝐟 ci ha infatti raccontato come si fa a interpretare il personaggio di un audiolibro! Princess Donut, adorabile co-protagonista del fortunato romanzo 𝑫𝒖𝒏𝒈𝒆𝒐𝒏 𝑪𝒓𝒂𝒘𝒍𝒆𝒓 𝑪𝒂𝒓𝒍, è una gatta molto pretenziosa, cui Arianna ha dato vita grazie a un sapiente uso della voce. 😊 Se vi va di recuperare l'intervista, la trovate qui di seguito o sul canale YouTube di Gamesurf: 😎 This picture is from a couple of months ago, but I really enjoy its vibe.
I think it perfectly sums up the journey I’ve been through over the past year, both as a translator and as a human being. This is a time of tremendous change for us word crafters. The world we live in is undergoing a major shift, and things are quickly taking new turns. 🎂 Today is my birthday, and I want to celebrate it by cherishing the little achievements of everyday life and by learning to accept the things I cannot change. I became Sailor Jupiter for a couple of days. 💚
In case you are wondering... yes, I took part once again in Lucca Comics & Games, Europe's biggest pop culture festival. As a translator, this world is my thing! Comics, games, anime, films, and board games are part of my everyday life. If you're looking for an Italian translator who knows how to make every reference, joke, and emotion just right, I'd be happy to help. I am a translator. Of course I spend half an hour deciding whether to use "moral" or "ethics". No, they are not synonyms. And no, you can't use both interchangeably in every situation. When localizing your content into another language, choose someone who cares about these nuances. This is not useless overthinking, but actually the difference between a professional translator and an amateur. [Italian version below] Sono una traduttrice semplice.
Impiego mezz'ora del mio tempo per decidere se utilizzare il termine "morale" oppure "etica". No, i due termini non sono sinonimi. E no, non è possibile adoperare entrambi in qualsiasi situazione. Quando scegliete il professionista a cui affidarvi, optate per una persona che si faccia di questi scrupoli. Non sono inutili paturnie, ma la discriminante per capire se siate nelle mani di un vero traduttore o di un dilettante. Translating is not the hardest part of being a freelance translator.
Delivering your work on time is not the hardest part either. The hardest part? Keeping up with the 3,500 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑡 translation management systems, invoicing platforms, and client portals we are expected to master. It seems that every week, new tools and management systems arise, making freelancers' lives more complicated than ever. I'll admit it: sometimes I struggle to stay up to date with all this software. In my 𝑚𝑎𝑔𝑖𝑐 𝑎𝑛𝑑 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙 𝑤𝑜𝑟𝑙𝑑, I would 'simply' translate, send my files via e-mail or CAT tools, and issue my invoices. 😄 A volte, disinvolte,
le cose mi negano il loro colore e prendono strade che io nemmeno mi immagino A volte, senza pensarci troppo le cose intraprendono nuovi percorsi e saltellando se ne vanno verso la scelta a loro più conveniente A volte, un po’ distratte ma non per questo meno colpevoli le cose che mi circondano assumono sembianze di altri posti e altre persone A volte, senza farlo apposta, le cose mi riversano addosso colpe che non avrei e dettagli che preferivo non sapere A volte, disinvolta, vorrei tanto andarmene in giro e osservare le cose come se abitassi nel quadro di un bravo impressionista To bear the weight.
A few days ago, while studying some work materials, I came across the sentence 'To bear the weight'. The text was about fitness. But my mind immediately conjured up a picture of a bear carrying some kind of weight. And then I felt the urgent need to sketch the face of an angry bear in my notebook. 😅 Translators' minds are definitely weird, but I believe this 'weirdness' makes us so creative and able to do magic with words. ✨ Le parole degli altri sono sempre più precise, più calzanti Le parole degli altri vestono bene il momento, la situazione Le parole degli altri non incespicano, non si arrestano Descrivono la vita così com'è, nel suo divenire Le parole degli altri non si sbagliano, non sprecano energie Le parole degli altri chiamano le persone giuste e invocano la precisione delle cose fatte bene Le parole degli altri, come le loro azioni, sanno sempre quale direzione prendere Le parole degli altri segnalano che è tempo di cambiare rotta Le parole degli altri sanno convincere, manifestare e persino tradire con tempismo perfetto Le parole degli altri, che non sono parole mie, non chiedono mai scusa o perdono Le parole degli altri si chiamano per nome e non dimenticano mai dove stanno andando Le parole degli altri sono eleganti, pronte all'uso, facili da usare e davvero convincenti Le parole degli altri, armi a doppio taglio, spiccano per velocità e furbizia Le parole degli altri, rapide e letali, sanno come colpire e come ferire Le mie parole, povere parole mie, non prendono mai la strada che dovrebbero e spesso inciampano lungo il cammino Ma le mie parole, perse su una strada che si ostina a non volerle, le mie parole guardano alla vita e alle parole degli altri con la certezza di avere qualcosa da dire e la dignità di saperlo fare Eppure le mie parole, confuse parole mie, a volte si rifugiano in luoghi più sicuri e scelgono di non parlare Le parole degli altri, ferme e decise, giudicano le mie parole come troppo deboli o troppo timide Le parole degli altri, parole lucenti e sfavillanti, si destreggiano senza paura in ogni pericolo e non temono le parole degli altri Le parole degli altri, che non sono parole mie, non si fermano mai un attimo a riflettere Le mie parole, povere parole mie, leggono intenzioni e piccoli mutamenti e scorgono dolore e tristezza e solitudine anche negli occhi che sorridono Le mie parole, che non sono le parole degli altri, troppo spesso si pentono di non aver parlato Le mie parole lasciano posto a silenzi che saprebbero invece colmare Vorrei scrivere un post pieno di parallelismi fra le camminate in montagna e la vita stessa. Vorrei scrivere un pezzo estremamente lirico, alto e sublime, in cui al sentiero che si snoda fra le colline si intrecci un'elegante riflessione sulle sfide e le difficoltà che l'esistenza ci pone davanti. Invece mi limito a rendervi partecipi di alcuni scatti tratti da FrancigenAmica 2025, a cui ho partecipato lo scorso 21 settembre, e che mi ha vista inerpicarmi fra i sentieri di Camaiore insieme a una cara amica fiorentina, mia compagna di pellegrinaggi ormai da qualche anno. L'evento, giunto alla sua decima edizione e organizzato dall'associazione SEI Versilia, prevedeva tre alternative possibili, suddivise in base a lunghezza del percorso e difficoltà. Per non farci mancare niente, abbiamo optato anche quest'anno per il percorso da 20 chilometri, non a caso segnalato dal colore rosso. Sarò sincera, si tratta di un'opzione che consiglio solo a camminatori allenati, è inutile girarci intorno. Se però il trekking non vi spaventa e sapete come attrezzarvi per trascorrere alcune ore in mezzo alla natura, la FrancigenAmica è un evento da non perdere. Un incentivo alquanto gradito, in queste occasioni, è rappresentato dagli spuntini presenti sul percorso, in particolare la pappa al pomodoro e deliziose bruschette. Per chi non conoscesse la zona di Camaiore e le sue numerose frazioni, l'evento è sicuramente un modo per esplorare paesini e ammirare scorci che, altrimenti, non sono sempre presenti nei tradizionali percorsi turistici. Fra i miei compagni di pellegrinaggio c'erano infatti tanti camminatori provenienti da altre regioni italiane, soprattutto Emilia-Romagna e Lombardia, che avranno certamente apprezzato le bellezze di questo angolo di Toscana. Io aspetto già la prossima edizione, se non altro perché spero in una generosa porzione di pappa al pomodoro che mi accolga al traguardo! P.S. Se ve lo state chiedendo, il tordello è una specialità di Camaiore e di altri comuni della Versilia. 😏 - Ahahah, non hai scampo!
- Tu dici? Beccati questo! Uattà! Gasp! Ahia! Swiiiish! Seguono disparati versi, esclamazioni colorite e altre onomatopee che segnalano una colluttazione. Tutto questo con la finestra aperta, perché io a lavorare con le finestre chiuse proprio non ci riesco. Il ticchettio ritmico delle mie dita sulla tastiera è intervallato dalle voci che provengono dallo schermo, sul quale due personaggi si scontrano per la resa dei conti finale. Un tempo mi ponevo molti problemi su quello che i vicini avrebbero potuto pensare del mio lavoro. Adesso traduco e basta, lasciando spesso e volentieri la finestra aperta, come piccolo promemoria che fuori c'è un intero mondo ad aspettarmi, e che quello stesso mondo non deve stupirsi se una persona trascorre le proprie giornate a tradurre contenuti che, fino a non troppi anni fa, erano considerati "da nerd" o "da sfigati". 🎵 Guess Who's Back?
I don't know if you're singing this line just like Eminem does, but I hope so. 😅 I am back from a one-week break in Sardinia and I'm ready to handle translation projects, deadlines, invoices, etc. As for Scarlett and Camillo, my 𝑝𝑢𝑟𝑟𝑟𝑓𝑒𝑐𝑡 and priceless CAT tools, they are ready to join me on this new journey — well, okay, they are just sleeping on my desk. 🐱 I know I should use this space to write some inspirational quotes about my holiday, but the truth is that I don't have any great motivational quotes to brighten your working day. So, I will simply say that I'm grateful for the good time I had. I'm back at my beloved PC, ready to craft tailor-made translations and subtitles. ✨ Camuffo l'aspettativa
da indifferente attesa di qualcosa che non avverrà Mi prendo gioco di paure che già mi stanno divorando Salgo in cima alla scala delle mie priorità e butto giù tutto quello che non mi serve Come se mi bastassero soltanto carta, penna e un po' di tempo libero Capisco a malapena gli altri quando mi parlano - noiose imitazioni di conversazioni già scritte e già dette Sembro sempre aspettare il momento giusto, lo slancio adatto, il gesto perfetto Interpreto ogni parola come un oracolo Do un peso eccessivo ai piccoli segni E carico di significato un "ciao" scritto con la penna rossa E questa povera poesia scritta al contrario ha tutta l'aria di potermi salvare dal disastro imminente Insegnami a usare i codici del cuore Insegnami a scrivere come scrivono le persone normali Perché questo deserto che ho dentro è solo un altro bosco indecifrabile È di nuovo quel momento dell'anno in cui abbiamo l'obbligo morale di pubblicare storie con i Righeira che ci ricordano quanto sia fugace la stagione estiva. Io però ho sempre avuto una malsana passione nei confronti di settembre, perché secondo me il nuovo anno inizia proprio in questo mese, più che a gennaio. Gli ombrelloni si chiudono, le macchine piene zeppe di bagagli si preparano a code interminabili sulla Cisa e io scrivo sul quaderno una miriade di buoni propositi per i prossimi mesi. L'importante è non lasciarsi prendere la mano dall'entusiasmo settembrino. Un conto è decidere di studiare il portoghese o di frequentare assiduamente la palestra, un altro è iscriversi al corso di pittura acrobatica, buttarsi a capofitto nella cucina molecolare - a meno che non sia parte di una raffinata strategia per non avere ospiti a cena -, imparare il sanscrito in un parco avventura o spendere tutti i propri risparmi in viaggi all'altro capo del mondo per ricavarne due reel decenti. Ecco, anche quest'anno vedo all'orizzonte solo obiettivi realistici. Ho scritto un libro.
Ah, sì? Molto interessante. Fammi vedere. "L'uomo, un tranquillo signore sulla settantina, sfogliava il giornale con aria assorta e ogni tanto alzava la testa per sospirare. Attorno a lui la sua cara, vecchia casa, arredata con pregiati mobili di legno scelti tanti anni prima insieme alla moglie, ormai scomparsa. Dal pianerottolo giungeva il rumore provocato dal vicino che trapanava il muro con insistenza, impedendo al vecchietto di concentrarsi sulle ultime notizie come avrebbe voluto. 'Certa gente fa un gran baccano senza motivo', pensò l'uomo. Poi scosse la testa e si sforzò di riprendere il filo del discorso". Non male, per un dilettante. Mi fa piacere che te l'abbiano pubblicato. Ma sai che la stessa scena puoi scriverla in un altro modo? "Settant'anni che avevano lasciato il loro passaggio sul corpicino raggrinzito e disilluso, gli occhi strizzati per mettere a fuoco lettere troppo piccole che raccontavano notizie troppo grandi. Sul comò di mogano, percorso da leggeri solchi impressi da polverosi cavallini di vetro, coraggiosi resti di qualche prima comunione, sua moglie lo osservava benevola da uno spesso portafoto d'argento. Le guance piene, i capelli freschi di permanente. Voleva ricordarla così, come i venerdì mattina in cui lei, i vestiti ancora impregnati di lacca del parrucchiere, lo trascinava al mercato e, fra una zucchina e una fesa di tacchino, lo aggiornava sugli ultimi scandali del quartiere. Il trapano del vicino, che con il suo ronzio meccanico penetrava uno strato di muro dopo l'altro, lo riportò alla realtà. Avrebbe tanto voluto prendere a pugni la parete che lo separava dal signor Ferri, ma un misto di artrite e di curiosità per il nuovo acquisto dell'Inter lo fece desistere dal suo intento battagliero". C'è bisogno che vi spieghi la differenza fra il primo e il secondo stile? Non credo. Quando scegliete un professionista a cui affidare la vostra comunicazione, sia essa una traduzione o la gestione dei profili social, puntate su un cavallo vincente. Chi scrive per mestiere non vi racconta, vi mostra ciò che accade sulla scena. Ed è questa la differenza fondamentale fra un qualsiasi dilettante che abbia letto molti libri e un autore con la A maiuscola. È lunedì mattina anche per Camillo.
Accende il PC, controlla le mail, verifica di aver inviato le ultime fatture, pianifica la pubblicazione settimanale di LinkedIn... Quante incombenze per un freelance come lui! Eppure Camillo è felice. Felice perché, nonostante i mille aspetti di cui tenere conto e le scadenze a volte impossibili, questa è la vita che si è scelto. Camillo vive di scrittura, come sognava fin da quando era un gattino spelacchiato che graffiava la sua umana per arrampicarsi sulle gambe della sventurata. Camillo apre la nuova traduzione e inizia a zampettare sulla tastiera: ogni volta che i suoi morbidi cuscinetti toccano i tasti e saltellano da una lettera all'altra, lui sa che quel mestiere tanto difficile se l'è voluto, è vero, ma sa anche che senza la scrittura le sue giornate sarebbero sgonfie e grigie e smorte. Perciò inforca gli occhiali anti-riflesso, apre la nuova traduzione e comincia a leggere il testo per coglierne tutte le sfumature e le complessità. E mentre legge sente crescere dentro di lui la consapevolezza che quelle parole arriveranno a tante persone, persone che adesso sembrano distanti chilometri dal suo schermo, perse e situate chissà dove. Invece le persone e i gattini che si troveranno a leggere le sue traduzioni sono proprio come lui, sempre indaffarate e affaccendate, in cerca di un piccolo ristoro dal tran tran quotidiano. Camillo è felice perché le sue parole saranno recapitate in case diverse fra loro, in posti che lui nemmeno conosce, e magari faranno sorridere o commuovere chi ne aveva bisogno. La vita da freelance può essere complessa e a volte Camillo si sente chiedere: "Ma perché proprio la libera professione? Non potresti farti assumere da qualche agenzia?". Camillo scrolla baffi e coda, poi torna a picchiettare sulla tastiera meccanica, già assorbito dal suo magico mondo fatto di parole. Non ha bisogno di rispondere, le parole che ha scritto parleranno per lui. Foto di Tung Nguyen da Pixabay L'intelligenza artificiale calcola, prevede, ipotizza. L'essere umano, la componente imprevedibile, spesso sfugge a ogni possibile pianificazione e agisce in base a dinamiche che l'IA ignora. Cercare di prevedere il comportamento umano con l'IA o addirittura di poterlo comprendere è come voler aprire una serratura con la chiave sbagliata. L'IA ha tantissimi ambiti di impiego e può contribuire in molti modi a snellire, migliorare e accelerare processi già messi in atto dall'essere umano. Se chiedete a ChatGPT che tempo farà al mare o qual è l'orario migliore per pubblicare su LinkedIn, l'amichevole chatbot di quartiere vi darà risposte utili e sensate. Evitate però di indagare gli abissi dell'animo umano insieme a lei. Prima di tutto perché non è Emily Brontë, secondo perché si baserà su modelli di comportamento razionali, ragionevoli e rassicuranti. L'essere umano, il più delle volte, esula da queste tre categorie. Le cose che non possiamo avere sono sempre quelle che vogliamo di più.
I languidi occhioni di Katie Morosky, una giovanissima Barbra Streisand, guardano imploranti l'algido Hubbell Gardiner, un Robert Redford al massimo del suo splendore. "Why can't I have you?" - Perché non posso averti?, gli chiede lei. Brillante, sognatrice, politicamente impegnata, Katie desidera con tutto il cuore l'uomo che non può avere e che, fin dalla sua prima apparizione sullo schermo, sembra destinato a non portarle altro che guai. Come eravamo (The Way We Were, 1973), firmato da Sydney Pollack, è un racconto da leggere su più livelli, reso memorabile dalla struggente colonna sonora, interpretata dalla stessa Barbra Streisand, e dalla presenza scenica dei due protagonisti. Non desidero qui soffermarmi sulla pellicola per onorarne la capacità di analizzare la società statunitense degli anni '70, né per scimmiottare le grandi recensioni che questo film può già vantare, prima fra tutte quella di Pino Farinotti. Mi limiterò a parlare dell'aspetto più viscerale di Come eravamo, che poi è lo stesso motivo per cui la storia d'amore fra Katie e Hubbell è entrata nell'immaginario collettivo dei cinefili. Se dovessi descrivere il film di pancia, soffermandomi solo sul sentimento che ti lascia una volta terminata la sua visione o ad anni di distanza, quando torni a ripensarci, userei le parole desiderio, impossibile e lontananza. Katie sembra rincorrere di continuo un sogno, un'ombra che ha le sembianze dell'uomo di cui è innamorata, il quale appartiene completamente a un altro pianeta. Troppo bello, troppo ricco, troppo superficiale. Cosa può andare storto? Tutto, direi. È un po' la stessa sensazione che ti evoca I'm on Fire di Bruce Springsteen, giusto per rimanere in tema della grande narrativa statunitense. Un minuto e mezzo in cui il boss riversa lo struggimento e la maliconia per un amore che non è ancora nato e che, con ogni probabilità, non nascerà mai. Eppure questo misero minuto e mezzo di tormenti e risvegli a metà nottata con la testa che sembra scoppiare a furia di pensare all'oggetto del desiderio riesce a trascinarti nel mondo di un uomo che soffre e che non sa come colmare la sua mancanza. Una mancanza soffocante, che sembra non avere mai fine e non lasciare scampo a chi la prova. Entrambe le storie, in fondo, raccontano la stessa cosa. Ti voglio, non posso averti, ti voglio ancora di più. Ed è incredibile quanto questo sia vero, non solo nei rapporti umani ma anche negli obiettivi che ci poniamo, negli sfavillanti progetti di gloria che vorremo realizzare e che poi, chissà perché, sembrano sempre allontanarsi verso l'orizzonte dell'irraggiungibile. Eppure, come spesso accade, le cose e le persone che più vorremmo sono proprio quelle che sfuggono dalla nostra portata, nient'altro che sabbia fine che scivola fra le dita e vola via leggera, destinata a non tornare mai più fra le nostre mani. Sognare e desiderare sono sentimenti molto umani e comuni a tutti. Ma a volte il sogno non si realizza e lascia spazio all'amarezza, al non detto, alla delusione per tutto quello che poteva essere e che invece non è stato. Siamo esseri senzienti mossi dal desiderio nel suo senso più poetico: verso amori che ci facciano battere il cuore, amici in grado di comprenderci e castelli di ambizioni da innalzare alti verso il cielo. Solo che, a volte, certi castelli risultano complessi da realizzare e finiscono per sgretolarsi. Le porte si chiudono, le luci si spengono, e tu ti chiedi com'è possibile che niente di ciò che poteva essere sia riuscito a compiersi. Non era destino. Non era il momento giusto. Non era il posto giusto. E via con la danza delle motivazioni, delle scuse, dei possibili perché. Il cervello si sforza di trovare una spiegazione razionale per arginare la delusione e non lasciarle modo di farsi largo. Forse sarebbe meglio non sperare, non lasciarsi trascinare dai magari, dai chissà e dai può darsi. Perché quello che non è destinato a essere, comunque non sarà. Spiegare a un estraneo che ti guadagni da vivere scrivendo non è un'impresa facile.
Non che spiegarlo a chi ti conosce sia più semplice o immediato. Un foglio bianco aperto davanti agli occhi arrossati, invano protetti dalle lenti degli occhiali. Le singole lettere che si intrecciano per trasformarsi in parole e dare vita a periodi articolati, in una danza della quale ormai conosci i passi e le sequenze a memoria. Le dita saltellano sulla tastiera allo stesso ritmo dei tuoi pensieri, in una perfetta armonia fra l'immagine che si forma nella tua testa e il suo diretto riflesso restituito dalle parole su quel foglio bianco. È l'unico modo che hai di conoscere la realtà e di raccontarla al mondo. È un modo che ti permette di sviscerare le cose e di renderle più accessibili, forse a te, prima che agli altri, e in un secondo momento a chi si servirà di quelle tue parole per divertirsi, rilassarsi o magari riflettere. La successione di lettere non fa che mettere ordine, o almeno provarci, nel complesso garbuglio di sentimenti, illusioni e speranze che dà forma alla realtà materiale. Plasmi le parole come pasta modellabile, le componi, le disfi e le assembli nuovamente per costruire ponti e strade che collegano i paesi del tuo mondo, un mondo che tante volte sembra lontano dalla vita vera e che invece ne è uno specchio più consapevole e attento di quanto non appaia dall'esterno. Scrivi perché non puoi farne a meno e al tempo stesso ogni parola che butti sulla carta è una piccola pugnalata che ti autoinfliggi, perché sai che non potrai fermarti e dovrai continuare a estrarre, a scavare, a proiettare al di fuori quella necessità che hai dentro e che ti tiene in vita. Scrivi come se posseduta, dando voce a una parte di te che a volte pensi di dover trattenere, tenere a bada, domare come si fa con gli animali selvatici. Il mestiere di scrivere non lo si impara, il mestiere di scrivere non lo si insegna. Non è un hobby da coltivare nel fine settimana, insieme al punto croce e al Tai Chi. Non è un passatempo per impiegati frustrati o belle ragazze dall'animo sensibile. Il mestiere di scrivere fa schifo, ti priva di ogni energia e ti espone così come sei davanti a tutti e a tutto, trasparente e senza filtri, figurina di vetro dalle intenzioni fin troppo chiare. Il mestiere di scrivere non è l'inserto del tuo settimanale preferito, non è un gioco a premi in cui basta studiare e che vinca il migliore. Il mestiere di scrivere è una malattia, un desiderio malsano eppure necessario, un'urgenza che non sai spiegarti e che tuttavia dona aria ai tuoi polmoni, forza ai tuoi muscoli e lucidità al tuo vedere. Il mestiere di scrivere ti uccide lentamente, ogni giorno di più, e al tempo stesso ti tiene in piedi, perché senza le parole non sapresti nemmeno allacciarti le scarpe. Il mestiere di scrivere non lo regali, non lo compri, non lo vendi. È una partitura che solo tu sai comporre e interpretare, come una musica che si fa ascoltare solo da te e solo da te si lascerà eseguire. Il mestiere di scrivere lasciatelo a chi scrive, che di svaghi con cui dilettarsi ne è pieno il mondo. Visita guidata in notturna al Museo Archeologico di Montelupo Fiorentino LE NOTTI DELL'ARCHEOLOGIA: UN EVENTO DA NON PERDERE
Anche quest'anno ho partecipato alle Notti dell'Archeologia, splendida iniziativa culturale presente in Toscana dal 2001. Per l'edizione 2025 ho scelto di visitare il Museo Archeologico di Montelupo Fiorentino, che ci ha aperto le sue porte per trascorrere una serata diversa dal solito, permettendoci così di ammirarne i reperti in una bella notte d'estate. UN MUSEO DIVERSO DAL SOLITO La sede del museo è già di per sé molto particolare, visto che sorge nell'ex complesso ecclesiastico di San Quirico e Santa Lucia. Non aspettatevi quindi il solito edificio museale, ma una struttura unica nel suo genere: non capita spesso di potersi aggirare fra i reperti archeologici in un luogo ricco di storia che, un tempo, aveva una funzione completamente diversa da quella attuale. Il museo, inaugurato nel 2007, ospita ritrovamenti che spaziano dal Paleolitico al Rinascimento, con particolare attenzione per l'epoca etrusca. Proprio gli Etruschi e i loro segreti sono stati al centro dell'interessante visita guidata di venerdì 31 luglio, durante la quale io e i miei tre compari abbiamo visto da vicino le opere più importanti della collezione e imparato qualcosa di nuovo sulla storia del territorio, abitato fin da tempi antichissimi. LA BELLEZZA DEI MUSEI D'ESTATE SENZA AFA E SENZA FOLLA A occuparsi della didattica e della gestione museale troverete la Cooperativa Ichnos, i cui archeologi ci hanno accompagnati nella serata dedicata all'esplorazione in notturna di questo affascinante museo. Sarà che seguo ormai da diversi anni le Notti dell'Archeologia, ma mi sento di consigliare caldamente le visite serali a musei, parchi archeologici e siti culturali: sono esperienze diverse dal solito, che fanno avvicinare il pubblico a opere e luoghi storici con una modalità suggestiva, intima e rilassata. Senza contare che, visto il periodo dell'anno, un po' di tregua dall'afa e dalle orde di turisti non è mai male! |
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