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"Si torna sempre ai luoghi dove si è amata la vita e allora si capisce che non ci sono più le cose amate" Uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amo la vida Y entonces comprende como estan de ausentes las cosas queridas. Chavela Vargas, Las simples cosas, 1995 Scrivo questo pezzo il mattino dopo aver visto Amarga Navidad, l'ultimo film di Pedro Almodóvar.
Sono dell'idea che le riflessioni sui film - non amo chiamarle recensioni - debbano essere scritte di getto, all'uscita dal cinema o appena spenta la TV. So bene che questo non è sempre possibile, ma eccomi qui, che cerco di rimediare alla voragine di ore già trascorse buttando giù queste mie parole e sperando che la notte di mezzo non abbia alterato più di tanto le mie sensazioni. Della pellicola più autobiografica dell'autore spagnolo, non riduciamolo alla categoria di regista e basta, per carità, mi sono rimaste addosso alcune semplici ma incisive impressioni. Prima fra tutte, che il confine tra realtà e finzione sia spesso molto più labile di quello che crediamo. Le cose che nascono dalla nostra fantasia e le trame che si dipanano nella letteratura o nel cinema sono capaci di imprimere in noi gli stessi segni delle esperienze reali. Può farci piangere un racconto scritto duecento anni fa? Riesce a parlare al nostro animo una persona che compone musica dall'altra parte del mondo e che non conosceremo mai? Io dico di sì. E poi, l'arte si nutre solo di invenzioni, o è sempre la realtà, con i suoi protagonisti e le sue vicende, a fare da irrinunciabile terreno d'ispirazione anche a quello che crediamo di raccontare in modo innovativo? Nulla si crea e nulla si distrugge. Mi va di scomodare la termodinamica pensando alle storie a cui diamo vita, perché le storie, esattamente come la materia, hanno sempre un'origine e non hanno mai una fine. Ci illudiamo di inventarci di sana pianta emozioni travolgenti e mondi immaginari, ma forse non facciamo altro che abbeverarci a quell'incredibile serbatoio rappresentato dalle relazioni umane e dalle loro sfaccettature. Raúl, o forse dovrei chiamarlo Pedro, scrive la sceneggiatura del suo film attingendo a piene mani dalla realtà che conosce. Cambia i nomi, modifica alcuni particolari che renderebbero riconoscibili le persone a cui si è ispirato, ma c'è poco da fare. La trama della realtà, messa controluce, è ancora ben visibile. Sarebbe impossibile non notarlo. Amarga Navidad, a oggi, non ha riscosso lo stesso successo di pubblico e di critica di altre pellicole firmate da Almodóvar. È un'indagine quanto mai intima sul processo creativo, sull'arte di raccontare storie e sulla nascita dell'ispirazione, se così possiamo chiamarla. Ci sono personaggi volutamente abbozzati e sequenze estremamente sbilanciate rispetto al resto della narrazione. Eppure credo che la forza del film risieda proprio qui. Non c'è l'intenzione di dare una risposta, un senso compiuto all'indagine sull'origine delle storie nel senso più ampio del termine. Assistiamo anzi a un autoritratto piuttosto impietoso di sé stesso, come autore e come essere umano, oltre che a un disperato tentativo di indagare, fin nel profondo, il modo in cui le storie della vita reale scelgono di abitare nella testa dell'artista e chiedono poi di essere restituite, con altri nomi e altre forme, a quella stessa vita da cui prendono lo slancio.
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Mi rendo conto che, in questi giorni, non ho molta voglia di pubblicare.
Però l'algoritmo è malvagio e, se non mi faccio sentire, poi sparisco nel vortice delle cose lontane e dimenticate. Dev'esserci, da qualche parte, un luogo in cui vanno a finire tutte le parole che non scriviamo e non pubblichiamo nei momenti in cui ci sembra di non avere nulla da dire. Questo post è motivato solo dall'esigenza di dirvi alcune semplici cose. Sono fissa a tradurre, anche con questo caldo immane che viene da tanti sminuito e liquidato con frasi del tipo "Eh, ma in estate è normale avere caldo". E grazie al pifferello. Cerco comunque di ritagliarmi del tempo per vedere persone e fare esperienze che mi rendano felice, perché non si può tradurre e basta, per quanto si ami il proprio lavoro. In questa foto mi vedete, per la seconda volta, a un Afternoon Tea nelle campagne fiorentine. Sì, bevo tè caldo e trangugio biscotti al burro anche con 40 gradi. Ognuno ha le sue stranezze. Ah, è ufficialmente iniziata la stagione dei cinema all'aperto, quindi aspettatevi i miei reportage delle proiezioni estive in giro per mezza Toscana. Munita di spray antizanzare e di gelato, sono pronta a recuperare i film persi negli ultimi mesi. Che caratteraccio. Si vede che sei dello Scorpione. Beh, certo, voi Scorpioni pungete sempre. È nella vostra natura. Fortuna che il tuo ascendente è Capricorno. Quello mitiga un po' il tuo veleno. Oppure, a seconda dell'interlocutore: Scorpione e Capricorno sono un mix davvero esplosivo, chissà che pessimo carattere hai. Io non so se la disposizione degli astri nel cielo sopra a Milano, nell'uggiosa mattina di novembre in cui sono venuta al mondo, abbia in qualche modo influito sul mio animo e sul mio atteggiamento nei confronti delle persone. Di sicuro sono stati orditi complessi ricami sui pregi, i difetti e le propensioni che io, in quanto marchiata dal segno dello Scorpione, avrei per mia natura. Come il fatto di essere asmatica, mancina e di avere l'occhio destro un po' pigro. Tutte cose irrimediabilmente assegnatemi fin dalla nascita e influenzate, quando in negativo e quando in positivo, dal mio ascendente, il Capricorno. Il tuo carattere ha molti tratti in comune con quelli delle tue nonne, è evidente. D'altra parte sono entrambe del Capricorno. Eh sì, ha senso. Lo Scorpione e il Capricorno sono due daimon invisibili che mi porto dietro da anni, specie nelle spiegazioni di chi, non sapendo più come motivare i miei comportamenti, desidera attribuire alle stelle e ai pianeti il mio modo di essere o la mia risposta a certi avvenimenti della vita. Per quanto l'astrologia sia affascinante, la mia formazione di umanista mi dice che, se somiglio tanto alle due nonne, forse è perché ho trascorso con loro buona parte della mia infanzia e le ho sempre ammirate come donne e come professioniste. Due donne che facevano le insegnanti nell'Italia del secondo dopoguerra, mentre tante loro coetanee erano ancora relegate al ruolo di angeli del focolare. Con buona pace di Saturno e delle sue macchinazioni contro l'umanità, credo sia questa la spiegazione più plausibile. La bellezza di un lavoro creativo risiede sicuramente nella soddisfazione data dal risultato finale.
E, a volte, questa bellezza nasce già durante il processo creativo stessso. Sì, anche nei momenti di frustrazione. Il brutto di un lavoro creativo è che, se hai le pile scariche, impieghi il doppio il del tempo per fare cose che, normalmente, faresti in un lampo. 😴 Qui sotto vi ho riportato un cavallino della serie Rimini Blu di Aldo Londi, che l'anno scorso ho ammirato più di una volta negli spazi del MMAB di Montelupo Fiorentino. Che si tratti di tradurre serie TV o di realizzare opere in ceramica, due cose sono fondamentali: la prima, ovviamente, è una mente creativa; la seconda è che questa mente, oltre che allenata, ogni tanto si conceda il giusto riposo. *fine della riflessione serale sui lavori creativi, ora vado a leggermi un libro* 😊 E anche quest'anno eccomi a girovagare fra i colori di Bao Market! Dopo la splendida esperienza del 2025, che ho raccontato in questo post, la tappa di quest'anno era era obbligatoria! Ieri, 9 maggio, sono andata alla scoperta delle esposizioni 2026 in compagnia di Claudia, che insieme a me ha documentato uno degli eventi più attesi della stagione primavera-estate in Versilia. Per chi ama andare a caccia di oggetti unici e lasciarsi stupire dalla bravura degli artigiani, Bao Market è sicuramente un'occasione da non perdere. Abiti e accessori vintage, illustrazioni varopinte e tanti oggetti nati dalla fantasia degli artisti permettono di passare un pomeriggio diverso dal solito. Quest'anno la mia attenzione è stata subito attirata dalle creazioni di carta di Chiara Maggiali de La stanza della stravaganza. Potevo non acquistare un segnalibro realizzato con materiali di recupero? Fra le foto potete vedere la mia espressione mentre scarto il pacchettino con lo stesso entusiasmo di una bambina il giorno di Natale. Ma Bao Market è anche laboratori, talk e spettacoli. Tra gli ospiti di quest'anno segnalo lo chef Cristiano Tomei, che i più golosi conosceranno sicuramente per il ristorante L'imbuto a Lucca e per la partecipazione ad alcuni dei più celebri programmi di cucina in TV. Anche quest'anno Bao Market è stato ospitato dagli spazi esterni di Re Versiliana Hotel, a Marina di Pietrasanta. Prima o dopo aver visitato i mercatini, la posizione strategica dell'evento vi consente di fare due passi nell'incantevole pineta della Versiliana, un luogo che non può lasciare indifferenti, oppure di godersi un po' di relax in riva al mare, che si trova letteralmente a due minuti a piedi dall'hotel. Se non lo avete ancora fatto, tenete d'occhio i canali social di Bao Market! Su Instagram e Facebook troverete tutte le foto e le info di questa edizione 2026. Maglione ceruleo troppo largo, lunghi capelli scuri un po’ scarmigliati e quell’aria da ragazza studiosa che si sente fuori posto ovunque vada. Sono passati esattamente vent’anni da quando, seduta sulla poltroncina del cinema Colosseo di Milano, ho visto Andy Sachs (Anne Hathaway) fare il suo timido ingresso nella sede del prestigioso Runway, il magazine di moda diretto da Miranda Priestly (Meryl Streep), che con un solo sguardo riusciva a causare la rovina delle sue malcapitate stagiste e sottoposte. A Il diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada, 2006) devo la prima recensione cinematografica che io abbia mai scritto, e ringrazio ancora Agorà, il giornale scolastico con il quale collaboravo negli anni del liceo, per averla pubblicata con tanta fiducia. Se la rileggessi adesso, probabilmente, la cestinerei insieme alla lista delle cose riuscite malissimo. Flashforward al 2026. A dispetto di certe recensioni che ho letto su questo secondo capitolo, mi sento di dire che la pellicola diretta da David Frankel riesce pienamente nel suo onestissimo intento, quello di farti trascorrere un paio d’ore di spensieratezza, che poi sarebbe il compito delle commedie degne di questo nome. Un capolavoro? No, ma nemmeno il primo film aveva questa pretesa, a dircela tutta. Il diavolo veste Prada 2 è un’ottima pellicola di evasione, con interpreti brillanti e abiti da sogno che, almeno per il tempo trascorso in sala, ti consentono di lasciare da parte le magagne della vita quotidiana per immergerti in un mondo lontano e irraggiungibile, dove l’alta moda e le sue sfavillanti promesse cedono non di rado il passo ai compromessi e agli oscuri dietro le quinte che caratterizzano ogni settore capace di fatturare un così imponente giro d’affari a livello globale. Ho optato per la proiezione in inglese, quindi non posso esprimermi sulla questione del controverso adattamento italiano, né sul suo relativo doppiaggio. Grazie alla visione sottotitolata, in compenso, ho potuto apprezzare appieno l’accento posh di Emily Blunt, che reputo semplicemente favoloso, e già questo mi sembra un motivo valido per scegliere di vedere il film in lingua originale. Se la trama non aggiunge niente di innovativo rispetto al suo celebre predecessore, le scene girate a Milano e a Como lasciano spazio, pur nella loro leggerezza, a una condivisibile riflessione sul ruolo dell’arte, del patrimonio storico e del concetto stesso di bellezza nell’anno del Signore 2026. In un mondo dominato da contenuti virali, dall’immediatezza e dall’immancabile IA, c’è ancora posto per le idee che nascono dalla mente di chi, prima di creare, si è fatto forte di immagini e parole cariche di significato? Dev’esserselo chiesto anche Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice del film, tanto da affidare a Miranda un’interessante disamina del tema, sempre nel tono volutamente scanzonato che contraddistingue l'intera narrazione. Per questo post ringrazio il Multisala Isola Verde di Pisa, che proietta i film in versione originale, e Rinascente Milano, per aver ospitato lo splendido pop-up store ispirato proprio a Il diavolo veste Prada e ai suoi personaggi più emblematici. No, non userò l'aggettivo "iconico", nelle sue varie declinazioni, nemmeno sotto tortura. Translation is not about writing a bunch of proper words in succession.
Translation is not about choosing good words in your native language, so that readers or viewers can have a grasp of the story unfolding before their eyes. When proofreading some Italian translations, I often feel like I am reading a nice sequence of words that conveys the original meaning, but nothing more. Translating a text from one language to another is like tuning different instruments together so that they can play and allow listeners to enjoy the perfect melody. If translation were only a simple sequence of pretty little words juxtaposed in the same sentence, then translation would be totally useless. I still believe translation is a powerful medium. Far from being a mere linguistic matter, translation has a cultural and social impact that cannot be reduced to delivering an impersonal and forgettable text. *Scarlett totally agrees with this post, but she is too lazy to type something in the comment section.* Il privilegio di poter creare.
L'ispirazione che arriva, ti permette di dare vita a quello che hai in mente e poi se ne va, lasciandoti un senso di profonda soddisfazione e appagamento. Il processo creativo, nelle arti figurative come nella scrittura, segue logiche misteriose e affascinanti. È un misto di predisposizione naturale e costante allenamento, come un atleta che, preparandosi giorno dopo giorno, affina le capacità di cui dispone. La tecnica al servizio della dote innata. Trovare le parole giuste o la forma giusta non si rivela sempre immediato. Sono necessarie concentrazione, lucidità e spesso una buona dose di pazienza. Eppure anche i momenti di frustrazione, quelli in cui la scintilla tarda ad accendersi, rendono grandioso il processo creativo. Non un semplice accostamento di suoni o immagini, ma una materia che nasce e si trasforma in corso d'opera, lasciando spazio a cose che nemmeno la mente dell'artista, inizialmente, aveva concepito del tutto. Ecco, in questo 1° maggio 2026, Festa dei lavoratori, io faccio una richiesta, ed è una richiesta che nasce dal profondo del cuore. Lasciatemi creare in santa pace. Non chiedetemi di imbrigliare la mia creatività al carro di una macchina che dovrebbe pensare al posto mio. La macchina, utilissima per tante altre mansioni, non conosce il processo creativo e tantomeno le strade, talvolta tortuose e dolorose, che conducono alla creazione. Non chiedetemi di ridurre la mia tariffa perché il cliente ha un budget limitato, non chiedetemi di assecondare le previsioni di un'IA perché mi garantirete un flusso costante di lavoro. Questo vale sia per la traduzione sia per qualsiasi altro campo in cui la mente dell'essere umano e le sue mille sfaccettature ricoprano un ruolo fondamentale e, anzi, insostituibile. Buon 1° maggio alle professioniste e ai professionisti dei mestieri creativi! Ho ammirato questo panorama un'infinità di volte, sia come volontaria del Gruppo Archeologico Massarosese sia per ritagliarmi qualche attimo di quiete dopo i mille impegni della settimana.
Il maestro Giacomo Puccini ha sicuramente reso celebre la sponda del Lago di Massaciuccoli che si affaccia su Torre del Lago, ribattezzata non a caso Torre del Lago Puccini, nel Comune di Viareggio, che ogni anno ospita il rinomato Festival Puccini. Oggi vi propongo di visitare anche il lato del lago che fa parte del territorio di Massarosa, in particolare il borgo di Massaciuccoli, dal quale deriva il nome stesso del lago. Massaciuccoli, abitata fin da tempi antichissimi, è caratterizzata da un'incredibile varietà di flora e fauna. Se cercate un pomeriggio diverso dal solito nell'entroterra della Versilia, ecco cosa vi consiglio! La prima tappa è di certo l'Oasi Lipu, all'interno della storica Riserva naturale del Chiarone. Quest'angolo di verde e serenità rappresenta, anche grazie al suo comodo camminamento in legno e agli osservatori disposti in punti strategici, un luogo perfetto per ammirare la natura. Tante famiglie e scolaresche, non a caso, scelgono l'oasi come meta per far conoscere ai più piccoli la biodiversità di questo posto straordinario, il tutto in un'ottica di grande rispetto per ciò che li circonda. Consigliatissimo anche il giro sul caratteristico barchino, un'esperienza guidata che permette di osservare da vicino il lago e le sue meraviglie in un modo diverso dal solito: queste piccole imbarcazioni a motore sono perfette per attraversare gli stretti canali che si snodano nel territorio lacustre, fra i fitti canneti e la vegetazione che qui viene preservata con tanto impegno. Dopo una bella merenda, perché non dedicarsi alla storia? L'Area Archeologica di Massaciuccoli Romana è uno di quei posti capaci di farmi battere il cuore. Il paese, come vi dicevo, è stato abitato fin da epoche antichissime. L'insediamento romano ancora visibile risale al I secolo d.C. ed è suddiviso in due parti, una custodita all'interno del doppio padiglione museale di Via Pietra a Padule, l'altra sulla sommità di una piccola collina, poco sotto la Pieve di San Lorenzo. All'interno del museo, che la moderna strada divide in due parti, è possibile vedere una mansio, cioè una stazione di sosta dell'antichità, con tanto di stabilimento termale ben conservato! Se c'è una cosa che non smette di lasciarmi a bocca aperta, anche dopo tante visite, è il mosaico a tessere bianche e nere che si trovava sul fondo della vasca del frigidarium. Oggi, ovviamente, nessuno sguazza più in questa vasca, ma i visitatori possono ammirare i delfini e i tritoni che un antico artista ha lasciato per sempre impressi in questo piccolo complesso termale. In alto, sulla collina, sorge invece la Villa dei Venulèi, ricca famiglia pisana che aveva eletto Massaciuccoli a sua dimora di otium. Questa fastosa abitazione era quindi un luogo di pace per la facoltosa famiglia, che da lassù poteva rilassarsi e godere di un panorama a dir poco incantevole. Certo, i Venulei non potevano vedere Piazza dei Miracoli con la sua Torre Pendente e la cupola del Battistero, come facciamo noi oggi, ma non credo che se la passassero tanto male. Eh, sì, dalla villa romana potete facilmente scorgere Pisa, ben riconoscibile grazie al profilo dei suoi monumenti. Cosa aspettate? State ancora leggendo? Correte a visitare Massaciuccoli! Here's where my magic happens.
A couple of months ago, I installed these amazing bright lights in my home office. 🤩 They may be simple, but they helped me create exactly the vibe I was looking for! I wanted my home office to feel cozy and personal... As you can glimpse, it is filled with objects and posters inspired by the things I love the most, such as films and video games. Hidden in the shade, there's also my Furby from 1999. Oh, in case you were wondering, his name is Mila-Ka. 😅 Of course, I translate with the lights on, but I must admit, when the day is over, this place takes on a whole different, almost magical aura. Correva l'anno 2000 e qualcosa.
E già da questo incipit potete sentire il profumo di acqua di Colonia per brontosauri, ma tant'è. C'è stato un tempo in cui noi giovani Millennial (giovani a quel tempo, si intende), avevamo l'abitudine di comunicare su Windows Live Messenger, che ai reperti preistorici come me risulterà più noto col nome di MSN. Un po' come succede oggi con le note di Instagram, il validissimo MSN permetteva di condividere, nella propria barra di stato, la canzone che in quel momento rispecchiava il nostro stato d'animo. Era il modo perfetto e, a nostro dire, geniale nella sua discrezione, per far sapere alla tua crush, anche se allora non la chiamavamo crush, che stavi pensando a lui o a lei. Ah, ed era anche un'ottima strategia per scoccare frecciatine alle persone senza risultare eccessivamente volgare. Spoiler: oggi si parlerebbe di Millennial cringe perché sì, eravamo davvero cringe nell'utilizzare questa funzione del nostro primo social, e i tentativi di apparire misteriosi ci facevano sembrare ancora più infantili e disperati di quanto già non fossimo. E, attenzione, su Myspace e Netlog raggiungevamo picchi di cringe ancora maggiori. Ricordo che all'epoca adoravo condividere le canzoni degli Smiths, in particolare Some Girls Are Bigger Than Others, tratta dall'album The Queen is Dead. As Antony said to Cleopatra As he opened a crate of ale Oh, I say Some girls are bigger than others Some girls are bigger than others Some girls' mothers are bigger than other girls' mothers Forse lo facevo per darmi un tono, per dimostrare a chi leggeva i miei stati, ammesso che qualcuno li leggesse davvero, che io non ascoltavo robaccia mainstream e commerciale. Che io avevo gusti raffinati in fatto di musica e, crogiolandomi nella dolce voce un filo lamentosa di Morrissey, potevo trovare conforto ai miei tormenti adolescenziali perché qualcuno, vent'anni prima che io approdassi a quei tormenti, c'era già passato prima di me. E in fondo l'arte fa un po' questo, ti ricorda che altra gente, nel tempo e nello spazio, ha sofferto come te e si è lamentata come te e ha vissuto le stesse cose che vivi tu. Fitzgerald lo direbbe con un tocco di classe in più, ma il succo è questo. MSN, Myspace e Netlog, che oggi farebbero ridere qualunque Gen Z e Gen Alpha (e anche giustamente, mi verrebbe da dire), hanno rappresentato la prima valvola di sfogo poetico per i Millennial in crisi d'identità e con un disperato bisogno di essere visti o ascoltati da qualcuno là fuori. Io, in tutto questo, non ho mai smesso di ascoltare gli Smiths. Anzi, la loro musica mi accompagna da tanti anni e sembra dirmi sempre cose nuove, adattandosi alle varie fasi della vita. Some girls are bigger than others Some girls are bigger than others Grazie, Morrissey. Addomesticamento.
Una strategia di traduzione da usare con cautela. Questa mattina, assorto nelle sue consuete riflessioni, Camillo è giunto a un'importante conclusione. L'addomesticamento, in traduzione, è una strategia da applicare con estrema cautela. La tentazione di servire la pappa pronta al lettore o spettatore può essere molto forte, ma non è sempre la via migliore per recapitare il nostro messaggio. Anzi, il messaggio dell'autore. Se, per esempio, sto leggendo un libro ambientato in Giappone il cui protagonista esce da una prigionia forzata durata decenni e deve rimettersi al passo con i brani che hanno fatto la storia della musica in sua assenza, difficilmente potrò inserire nella sua playlist le canzoni di Ligabue o di Donatella Rettore. Poi, per carità, ci sta che anche in Giappone ci sia un nutrito fanclub di entrambi gli artisti, ma non sarebbe credibile. Al massimo potrò fare una bella ricerca e rendere i nomi degli artisti giapponesi citati nel libro con degli equivalenti più noti al grande pubblico europeo o italiano, ma di sicuro non potrò forzare così tanto la mano. Il dibattito sulle strategie di traduzione è sempre acceso. Cosa ne pensate? 😊 Sui pattini a rotelle alla tua età?!
Non ci si vergogna più di niente. O tempora, o mores. Gente che pensa di avere dieci anni e si aggira sui pattini a quattro ruote con tanto di caschetto e protezioni varie. Imparare cose nuove, anche e soprattutto in età adulta, è sempre un'emozione. Ce la farò? Cosa può andare storto? Cosa penseranno gli altri? La risposta a tutte queste domande è una sola: non mi interessa. Io ci provo e basta. Non impariamo a dipingere su ceramica o a cucinare soufflé al cioccolato per fare le cose bene al primo tentativo. Impariamo a buttarci in nuove esperienze perché, da ogni piccolo tassello e da ogni stimolo, nasce qualcosa che potrà arricchirci nella vita di tutti i giorni. Nella traduzione, per esempio, è fondamentale restare al passo coi tempi e adattarsi a nuovi software o ad ambiti da conoscere e approfondire. Oggi sono i pattini, domani chissà quale altra diavoleria mi verrà in mente. L'importante è allenare il cervello e non avere paura dei piccoli (e normali) fallimenti a cui si va incontro durante ogni sfida. Emily Dickinson non emetteva le fatture.
Sono abbastanza sicura che nemmeno Michelangelo abbia mai usato un software di fatturazione elettronica. E niente, riflessione del lunedì mattina. Che bello se le professioni creative potessero trarre profitto unicamente dalla propria arte, senza bisogno di passare per i mezzi terreni di questo mondo. Devi scrivere un post intelligente, arguto e non banale.
Scrivi come se non ti stessero leggendo, così non perdi la libertà creativa. Ma scrivi pensando anche a chi ti leggerà, altrimenti rischi di buttare sulla pagina una sfilza di lettere e caratteri che non avranno presa. Aggiungi una riflessione simpatica, un pizzico di autoironia e possibilmente un tocco di cose già dette, in modo da assicurarti sia il favore del lettore polemico sia di quello che non cerca lo scontro. Non usare i trattini, quelli sono il marchio di fabbrica di ChatGPT, quindi scordateli anche se li hai sempre utilizzati. Inserisci un'immagine buffa a corredo del post, almeno attiri l'attenzione del pubblico più svogliato, quello che scorre distrattamente la home senza reali intenzioni di soffermarsi sulle tue parole. Suddividi l'articolo in più paragrafi per facilitare la comprensione da parte del solito lettore distratto, quello che nel blocco di testo troppo compatto si perde come fosse a Gardaland ad agosto. Rileggi almeno due volte per accertarti di non aver scritto fesserie o lasciato qua e là qualche refuso. Fai un bel respiro e premi "pubblica". Ho letto Una questione privata ormai alcuni anni fa.
Oggi, sui profili social di Giulio Einaudi Editore, mi sono imbattuta in questo estratto che avevo curiosamente dimenticato. L'ho trovato quanto mai calzante nei confronti della nostra professione, non tanto perché io ritenga la traduzione una specie di binario obbligato verso la negatività, ma perché tradurre porta a una profondità di pensiero e di analisi che difficilmente può lasciare indifferenti. E, a volte, riflettere così tanto sul mondo e sulle relazioni umane mi fa vedere le cose un po' sotto la stesse lente adottata da Milton. Quando mi trucco gli occhi di nero
di solito da quegli occhi scende poi la tempesta L'acqua non porta via il dolore lo lenisce a malapena E insieme al kajal gocciola a terra il nero delle risposte mancate il silenzio delle verità supplicate la presenza chiesta in punta di piedi e mai arrivata davvero Eh, ma se fosse doppiato in italiano...
Un paio di mesi fa ho avuto l'opportunità di tradurre e sottotitolare uno splendido anime giapponese. Le recensioni dell'anime in questione sono tutte ottime, risulta piuttosto apprezzato sia dai recensori sia dagli spettatori, e di questo sono felicissima. Tuttavia mi dispiace e, sarò sincera, persino mi addolora leggere commenti del tipo "Eh, se fosse anche doppiato in italiano...", oppure "Sì, bello, peccato che non sia doppiato". Ecco, trovo questi commenti svilenti e offensivi nei confronti del mio lavoro. L'ho detto. Si tratta infatti di un prodotto caratterizzato da un profondo lirismo e da una cura maniacale di ogni aspetto. La mia traduzione e i miei sottotitoli, così come quelli dei colleghi e delle colleghe che svolgono questa professione, onorano la musicalità della lingua giapponese e portano l'anime al pubblico italiano con grande passione. Per favore, lo dico da professionista dell'audiovisivo e da spettatrice: ogni tanto, prima di lamentarvi, fate lo sforzo di accogliere la cultura dell'altro e la sua lingua in toto. Ascoltare le voci originali di un film, di una serie o di un videogioco vi permette di immergervi completamente non solo in quel prodotto, ma anche nella cultura che lo ha concepito e realizzato. La mia non è una presa di posizione contro il doppiaggio italiano, sia ben chiaro, ma solo la constatazione che, a volte, basterebbe andare un po' oltre la propria pigrizia e le proprie abitudini consolidate per conoscere meglio prodotti magnifici, così come i Paesi e le persone che li hanno creati. Per citare il regista coreano Bong Joon-ho: "Una volta superata quella barriera di un centimetro dei sottotitoli, vi si presenteranno molti altri meravigliosi film". Translation is all about balance.
A balance between words, different languages and cultures, and the many possible ways to convey meaning. Each and every nuance matters, and sometimes choosing the right word can take half an hour. 😅 Yoga is all about balance too. A balance between body, mind, and the outside world. Your body cannot stay steady if your mind is going elsewhere, already thinking about what to cook for dinner or planning the upcoming workweek. 🧘♀️ Questo post non parla in modo diretto di traduzione o interpretazione.
Ah, e non parla nemmeno di IA, quindi saltatelo pure se siete alla ricerca di una lamentela o, al contrario, di un elogio sperticato nei confronti dei nostri onnipresenti assistenti artificiali. Oltre a condividere foto pucciose dei miei gattini e meme su San Girolamo che si dispera per l'avvento di nuove tecnologie, oggi avverto la necessità di spostare il focus su un altro aspetto della mia professione, quello che mi ha portato a relazionarmi per anni con allievi e allieve dei miei corsi di traduzione e di inglese tecnico. Sì, perché anche le streghe escono dal proprio antro, almeno ogni tanto, e quando lo fanno devono entrare a contatto con un mondo intero che le attende. Pensare alla traduzione come a una materia del tutto avulsa dalla società rappresenta una visione distorta della traduzione stessa e del suo scopo. La traduzione crea ponti, mette in comunicazione popoli, trasmette valori e cerca di superare piccole o grandi barriere che scaturiscono dalle splendide diversità che contraddistinguono l'essere umano. Sarà che stiamo vivendo un periodo storico travagliato e burrascoso, al quale è davvero impossibile restare indifferenti, ma ogni giorno mi riesce davvero difficile non portare la mente a quello che succede in più parti del mondo e a vari livelli. Ecco, in tutto questo mi capita spesso di leggere quanto scrivono i miei ex studenti e studentesse, sia sui terribili avvenimenti che colpiscono gran parte del nostro pianeta, sia quando si trovano semplicemente a rapportarsi con la realtà circostante. Beh, sono orgogliosa di vedere in loro la scintilla dello spirito critico e un modo di osservare le cose che nasce da analisi personali, non da frittate fatte da qualcun altro e assorbite controvoglia. Dal punto di vista etimologico, mi piace pensare di aver educato e non insegnato. È una speranza che voglio tenere stretta anche mentre scorro le notizie agghiaccianti alle quali è del tutto inutile pensare di fuggire. Voglio pensare alla traduzione, sia quella pratica sia quella che vive nelle aule, come a una materia viva e pulsante. La traduzione è un atto politico e sociale. Ogni traduzione, anche minuscola, presuppone delle scelte. Ed educare a tradurre significa anche educare a scegliere. Mi aggiro con due santini, uno di Cesare Pavese e l'altro di Fernanda Pivano. Non si tratta di due santini materiali, piuttosto di due persone che occupano un posto importante nella mia testa. È giusto avere degli eroi, delle figure mitologiche a cui aspirare. Cioè, io ho già Batman e anche Mark Lenders, però Pavese e Pivano, con le loro due "P" che si rincorrono, sono i miei esempi di stile. Prosa, poesia, traduzione, l'animo umano ha bisogno di nutrirsi di parole, altrimenti resta uno sterile contenitore che si limita al doomscrolling e ad altre attività che ci svuotano ancora di più. Tutta questa bella premessa per dire che, qualche giorno fa, non ho resistito alla tentazione di acquistare la raccolta di poesie di Pavese che vedete in foto. Ero uscita per comprare carote e croccantini per i gatti, ma mi è caduto nel carrello anche questo libro. E va beh. La sindrome di Stendhal. Restare a bocca aperta davanti a un'opera d'arte. Provare addirittura malessere in presenza di un dipinto, di una scultura o di una meraviglia architettonica. Se avete mai provato la sensazione che vi ho descritto, sapete bene a cosa mi riferisco. Qualche giorno fa, aggirandomi fra le sale di una stupenda mostra lucchese dedicata a Giovanni Boldini, mi ha assalita quel preciso sentimento ben noto a chi si perde nei luoghi ricchi di arte e di storia. La Contessa Speranza e Mademoiselle de Nemidoff, più vive che mai in questi ritratti a loro dedicati dal pittore ferrarese, sembrano sospese nel tempo e nello spazio. Impossibile non provare un misto di malinconia e di stupore al pensiero che le due donne, rese immortali dalle pennellate di Boldini, se ne siano ormai andate tempo fa. No, non è il Blue Monday a farmi scrivere questo pezzo, ma la constatazione di quanto l'arte sia in grado di trascendere epoche e confini. L'arte, quella vera, non quella assemblata su base statistica da un groviglio di algoritmi, pulsa di vita e parla a chi la osserva anche a decenni o secoli di distanza da quando è stata concepita. Ho sognato in Times New Roman
un alfabeto tutto mio Ho dato alle mie speranze un codice prestabilito dettato da un font riconoscibile di quelli che trovi in libreria Ho costretto le mie aspettative ad assumere una forma già illustre Ho incatenato scelte e decisioni al facile binario delle maiuscole e delle minuscole Ho spinto fino all’estremo la possibilità di chiedere a un carattere di disegnare il giusto contorno alle cose che avrei desiderato Io, che sogno in Times New Roman, inserisco spazi, virgole e punti per chiudere i miei pensieri in gabbia e renderli così più facili da domare (Francesca Perozziello, 2026, tutti i diritti riservati) Pietrasanta, complesso di Sant'Agostino.
Ho visitato "Incantamento", splendida mostra dell'artista Stefano Chiassai. Prima, dopo e durante il momento di traduzione vero e proprio, la vita di chi traduce è fatta di attimi da cogliere e di un mondo da osservare. As we prepare to say thank you and goodbye to 2025, I’d like to share some of the great friends I met this year.
Many of you already know that I like to end my year by celebrating the books that made me think, laugh, and sometimes even cry over the past 12 months. And what about 2026? I honestly don’t know what it will bring, and I think none of us really do. The only thing I can hope for is to read many more books and visual novels along the way. Because time spent reading is always time well spent. 📚✨ |
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